LA FISIONOMIA DEL PAPA PER I NOSTRI TEMPI

di Don Alessandro Minutella

Le dimissioni di Benedetto XVI, annunciate l’11 febbraio 2013, per quanto invalide, hanno inaugurato una nuova, irreversibile forma storica di papato. Una forma che Dio ha previsto per questi nostri tempi di apostasia. Il papa perde, a partire da Benedetto XVI, ogni veste di autorità mondana, ritorna ad essere l’inerme Pietro che, dinanzi all’impero romano, proclama Cristo come Salvatore. Ogni orpello rinascimentale, ogni apparato scenico e coreografico è del tutto abbandonato. Pietro torna tra i fedeli, torna in mezzo al gregge. Con le vesti dell’umiltà e senza più alcuna rilevanza politica e sociale, ma con una carica spirituale e profetica (in una parola evangelica) che, proprio per questo, diventa ancora più forte. Benedetto XVI è il papa di una Chiesa cattolica non più potente e rilevante, ma sofferente e perseguitata. Da quando ha lasciato il trono, è iniziata una nuova, sorprendente stagione papale.

Noi sappiamo che il cuore del munus petrino, con ogni evidenza teologica, è quello di Mt 16,18-19: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. A questo passo si aggiunge anche Lc 22,31: “conferma i tuoi fratelli”. Infine c’è anche Gv 21,17: “pasci le mie pecorelle”.

In questo modo, il munus petrino si identifica come volontà stessa di Gesù Cristo e quanto la riflessione teologica e la codificazione canonica vi hanno potuto aggiungere, sono solo esplicitazioni del comando stesso di Gesù. Il papa è colui che, in quanto vescovo di Roma, presiede all’unità nella carità e conferma i fratelli nella fede. Così, in sintesi, afferma la riflessione teologica, ma ciò solo in intima coerenza e come deduzione del nucleo stesso del munus. Gesù ha costituito Pietro come capo del collegio apostolico (Mt 16,18), garante della fede (Lc 22,31) e pastore del gregge (Gv 21,17).

Nel corso dei secoli, come si diceva, questo nucleo centrale e insostituibile del munus petrino, che è quello di guidare la Chiesa e confermare i fratelli, si è arricchito o appesantito (secondo i punti di vista), di forme e usi non attinenti al nucleo centrale stesso, e che pertanto, anche quando sono stati persi, non hanno tuttavia toccato la sua natura intrinseca. Giulio II a cavallo con la corazza oggi sarebbe del tutto riprovevole. Quando con Pio IX, il papato perse il potere temporale, lì per lì sembrò una disgrazia, in realtà era piuttosto un dono della Provvidenza. Successivamente, soprattutto nella stagione pre e postbellica, il papa ha assunto il ruolo di capo di stato vaticano, tale per cui egli ha dovuto intrattenere rapporti diplomatici, sovente faticosi e tumultuosi, con i capi politici del pianeta, dedicando agli affari internazionali non poco tempo e fatica. Proprio questo rimaneva l’ultimo avamposto, diciamo così, inframondano del ruolo petrino, niente affatto inerente alla sostanza del munus fondato da Gesù. Certo, il fatto che il papa fosse anche capo di stato vaticano, gli garantiva una certa strategica possibilità di influenzare le politiche globali. E tuttavia, il rischio è stato quello che, dietro a questa preoccupazione politica, si perdesse di vista il nucleo centrale del munus petrino.

Da quando Benedetto XVI ha lasciato il trono, portando con sé il munus, la storia del papato ha avuto un capovolgimento copernicano. Niente più alcuna rilevanza politica e sociale, resta soltanto il papa come pastore universale dei fedeli, garante della fede e pastore universale del gregge. Non pochi osservatori, soprattutto di area tradizionalista, ma non solo, temono questa nuova (eppure originaria) forma evangelica del munus petrino, perché legati, come ai tempi di Pio IX, al potere temporale. Eppure è un segno dei tempi. Pietro torna ad essere soltanto il pastore e il garante della fede, senza più alcuna zavorra politica sociale.

Benedetto XVI ha avviato una forma di papato che il successore svilupperà in pieno. Non poche profezie si incrociano su questo papa che verrà dopo Ratzinger. In Ecuador la Madonna del Buon Successo nel XVII secolo ha descritto le caratteristiche del grande prelato, che sembrano riguardare proprio i nostri tempi di apostasia della fede e di eresia dilagante. Viene fuori l’identikit di un successore impegnato unicamente nel governare pastoralmente il gregge, confermando con forza i fratelli nella fede.

La notte del 2 febbraio 1634, mentre la madre Mariana, la veggente, pregava nel coro della cappella, la lampada del Tabernacolo si spense, lasciando il sacro luogo al buio. La Madre stava per andare a riaccenderla, ma si sentì come bloccata da una forza sconosciuta e restò quindi in attesa. Improvvisamente apparve la Madonna, vincendo le tenebre col suo splendore e illuminando la cappella come se fosse stato pieno giorno. La Santa Vergine le disse: “lo spegnersi della lampada che arde davanti all’Amore prigioniero ha molti significati (…) si diffonderanno varie eresie, e, sotto il loro potere, la luce preziosa della Fede si spegnerà nelle anime per opera della quasi totale corruzione dei costumi. In quel tempo vi saranno grandi calamità fisiche e morali, pubbliche e private. Le poche anime rimaste fedeli alla grazia soffriranno un martirio tanto crudele e indicibile quanto prolungato; molte di esse scenderanno nella tomba per la violenza delle loro sofferenze e verranno considerate come martiri sacrificatisi per la Chiesa”. È in questo contesto anticristico che la Santa Vergine parla del grande prelato: “quel prelato che dovrà restaurare lo spirito dei suoi sacerdoti. Questo mio amatissimo figlio verrà dotato di una capacità rara, di umiltà di cuore, di docilità alle divine ispirazioni, di fortezza per difendere i diritti della Chiesa e di un animo tenero e compassionevole, affinché, come un altro Cristo, provveda al grande e al piccolo, senza disprezzare i più infelici. (…) Nella sua mano verrà posta la bilancia del Santuario, affinché tutto venga fatto con peso e misura e affinché Dio venga glorificato. Alla rapida venuta di questo padre e prelato, però, sarà di ostacolo quella timidezza di tutte le anime consacrate a Dio, che è anche causa del dominio di Satana su queste terre”.

Colpisce soprattutto che la Madonna definisca il grande prelato “un altro Cristo”. Quasi come contrapposizione all’anticristo!

L’identikit del grande prelato corrisponde incredibilmente a quello della beata Caterina Emmerick, che profetizza l’avvento, dopo il tempo dei due papi, di un uomo di Chiesa, che proviene da sotto Roma, intorno ai cinquant’anni, di nobile stirpe, che vestirà di rosso.

Egli starà in mezzo ai fedeli, non abiterà più palazzi sontuosi, e non avrà più cortei pontifici. Dimesso e umile, sarà forte e coraggioso, e animerà i fedeli durante l’ultima persecuzione.

Anche il monaco Malachia, stimato da san Bernardo, dice che il successore di colui che chiama Gloria olivae, identificato con Benedetto XVI, sarà l’ultimo papa. Scrive Malachia: “in persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit”, cioè “regnerà durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa”. Il suo nome simbolico è Petrus Romanus.

Questa ripresa del tutto pastorale e spirituale del munus petrino, oggi, è temuta dai circoli tradizionalisti e dai nuclei salottieri che, infatti, bollano come misticismo fuorviante e settario. Ma, ripeto, la sostanza del munus l’ha stabilita Gesù Cristo ed essa prevede queste tre linee essenziali: capo del collegio apostolico, custode della fede e pastore del gregge. Non vi è chi sappia replicare seriamente a queste mie considerazioni. Semplicemente perché è quanto Gesù stesso ha stabilito. Tutto il resto, per quanto utile e talora indispensabile, è però accessorio. Un papa che torni del tutto pastore e padre, non più capo politico e diplomatico, privato ora di ogni rilevanza sociale, è niente affatto un disastro, anzi. Oggi quanti temono che con Benedetto XVI sia iniziata questa forma di papato spoglio ed evangelico, somigliano ai papalini del periodo risorgimentale, del tutto ansiosi che il papa perdesse il potere temporale.

Anche in questo Benedetto XVI ha del tutto squalificato il suo antagonista Bergoglio. Quest’ultimo, recitando un ruolo già preordinato, si sforza goffamente di apparire un papa povero, un papa della gente comune, un papa dimesso. In realtà, il potere che egli esercita nel mondo, in relazione agli stati e alle politiche europeiste, immigrazioniste, globaliste ed ecologiste, con i vari arcobaleni, lo accreditano come uno dei più potenti del pianeta.

Benedetto XVI, invece, è il papa del raccoglimento, della preghiera, del servizio al disegno di Dio, il papa della croce e del martirio, il papa di Fatima, il papa sofferente, che ha spogliato, lui sì, il munus di ogni inutile sovrapposizione mondana.

Ci vuole sguardo profetico e coraggioso. Ci vuole il fuoco del vangelo.

Mentre i progressisti bergogliani irridono queste profezie incrociate, i tradizionalisti UNA CUM, le temono, boicottandole. Entrambe le direzioni, non più cattoliche, ma ideologiche, e con molti interessi occulti e mondani, si sono impantanati nello sforzo titanico di riconoscere Bergoglio come papa, garante della fede, pastore secondo il cuore di Dio, valido successore di Pietro.

A partire dal momento in cui egli ha piazzato Pachamama a Roma, nel cuore della fede cattolica, per tutti questi non resta che la vergogna.

Ma il piano di Dio va ugualmente avanti. Le strategie nascoste o l’irrisione degli pseudo cattolici modernisti non impediranno che si realizzi il disegno di Dio.

Persino l’elezione del successore di Benedetto XVI scalzerà via istituzioni fradice e corrotte, come quelle del collegio cardinalizio (vera lobby massonica) e del conclave (assise segreta e corrotta l’ultima del 2013). Sarà finalmente e nuovamente il popolo santo di Dio, come nel primo millennio della Chiesa, a eleggere e scegliere il pastore voluto dal cielo. Verosimilmente quello chiamato a guidare il gregge nel tempo dell’anticristo.

2 thoughts on “LA FISIONOMIA DEL PAPA PER I NOSTRI TEMPI”

  1. Nel libro intervista “Ultime Conversazioni”, Peter Seewald domanda a Benedetto XVI <>. La risposta del papa è incredibilmente in linea con quanto ho letto in questo articolo: <>!!!

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